Da quando faccio l’assicuratore, uno dei rischi aziendali MAI definiti – oppure definiti e risolti al 99,9% nel modo sbagliato – è la protezione del key man, ovvero dell’uomo chiave o degli uomini chiave in azienda.

In realtà, l’uomo chiave può essere anche un non socio, ma voglio portare l’attenzione su cosa può accadere a un’azienda quando un socio con figli minori viene a mancare.

Ti riporto un caso realmente accaduto di una SAS (società in accomandita semplice) composta da marito (accomandatario) e moglie (accomandante) con un ristorante pizzeria.

L’attività va molto bene. Il marito lavora in cucina, la moglie gestisce la sala e negli anni sono riusciti a comprare anche l’immobile in cui lavorano, patrimonializzando l’azienda.

Lui detiene l’80% dell’azienda, la moglie il 20%. Purtroppo, però, il marito viene a mancare alla

prematura età di 52 anni a seguito di un infarto.

Lascia la moglie di 47 anni, due figli di 8 e 15 anni, e l’azienda che aveva avviato con la consorte vent’anni prima.

Si apre la successione, ma non c’è nessun testamento e quindi tutti i beni del marito vanno in comproprietà secondo la successione per legge:

33,33% alla moglie;

33,33% al figlio di 15 anni;

33,33% al figlio di 8 anni.

Anche l’80% della quota della SAS, indivisa a tutti e tre e quindi in soci accomandatari.

Essendoci dei minori, il giudice che li tutela chiede subito una perizia per stabilire il valore della SAS, che ammonta a euro 400.000.

Il giudice non vuole che i figli subentrino alla quota di socio accomandatario perché altrimenti diverrebbero illimitatamente responsabili come persone fisiche.

Di conseguenza, chiede la liquidazione della loro  quota in denaro. Già dividere una quota dal notaio costa l’1% del patrimonio, ma in questo caso è il male minore.

La moglie vedova, che non intende mollare l’attività per cui ha dato l’anima, è costretta ad andare in banca a chiedere un mutuo per liquidare in denaro la quota dei figli minori, ovvero il 66,66% dell’80% che sono esattamente 213.312 euro divisi per i due figli.

Questi soldi devono essere messi da parte liquidi, al sicuro, dentro una banca.

In poche parole, quindi, la moglie deve indebitarsi per generare ai figli la liquidità della quota liberata.

E come puoi intuire, questo è un problema ben più grave rispetto al costo del notaio per la divisione della quota. Nonostante ciò, la vedova ha coraggio, si indebita e lo fa.

Ma non è finita qui, un altro problema potrebbe fare capolino a un certo punto. Appena avranno la maggiore età, infatti, i figli potranno utilizzare come meglio credono quel denaro liquido che la mamma è stata costretta a mettere da parte indebitandosi per portare avanti l’attività.

Oltre a questi soldi, i ragazzi avranno anche un altro gruzzoletto di liquidità che il papà ha lasciato loro, sempre per 1/3 a testa, e potranno così disporre di circa

150.000 euro cadauno. Tutto normale? Ricapitoliamo.

Muore il socio accomandatario e la quota della SAS di famiglia passa agli eredi, che sono moglie e figli con una quota indivisa.

Bisogna spendere soldi per andare dal notaio e dividere la quota.

Subentra il giudice dei minori che, dopo aver commissionato la perizia, chiede il valore delle quote dei minori in denaro.

Per liquidare i figli, la mamma vedova deve contrarre un mutuo. Il marito ha da parte anche 120.000 euro liquidi. Secondo te il fatto che un figlio a diciotto anni possa disporre di una somma di denaro di circa 150.000 euro è educativo, diseducativo o rischioso?

Prova a pensarci. Potrebbero essere zero, cinquantamila, centomila,

cinquecentomila o addirittura milioni di euro in mano a neo- maggiorenni. E questo perché i genitori non hanno pensato di tutelarsi prima.

Se hai figli minori, rispondi a questa domanda: quanto tieni a loro da 1 a 10?

Se hai risposto dieci, non puoi lasciare che sia un dipendente pubblico a decidere del loro futuro con delle leggi del 1943. Perché questo è esattamente ciò che accade quando non si pianifica la successione, lasciando che la vita faccia il suo corso e che lo Stato decida al posto tuo.

E se la società fosse stata una SNC? Stesso problema. I figli sarebbero diventati soci di una società illimitatamente responsabile e il giudice avrebbe chiesto immediatamente la liquidazione.

E nel caso di una SRL? In questa situazione, il giudice non può chiedere la liquidazione,  dato che c’è una limitazione della responsabilità al capitale sociale, ma la società si ritroverebbe in consiglio di amministrazione un dipendente pubblico che direbbe la sua su qualsiasi attività straordinaria.

Secondo te è sostenibile una situazione di questo  tipo, oppure potrebbe segnare la fine dell’azienda? Se hai un  socio con figli minori, devi obbligatoriamente escludere che questi ultimi  entrino in azienda, e devi prevedere come liquidare il valore.

Per farlo, bisogna usare strumenti giuridici e assicurativi combinati. Ma attenzione, come spesso accade in contesti così delicati, il fai-da-te non è mai consigliabile. Rischi soltanto di complicare ulteriormente la situazione di partenza e di commettere errori capaci di costarti ancora di più.

Per poter pianificare nel modo corretto la successione a livello aziendale, quindi, è fondamentale rivolgersi a esperti del settore

che sappiano esattamente quali strumenti utilizzare per evitare scossoni nel momento in cui uno dei soci con figli minori viene a mancare.

Ogni caso va prima studiato e analizzato da professionisti che siano in grado di mettere a terra una vera soluzione.

La domanda da cui devi partire è sempre la stessa: quanto tieni ai tuoi figli da 1 a 10? Vale la pena rischiare di liquidare quote dell’azienda di tasca tua oppure conviene pianificare tutto per evitare che questo accada?

Se anche tu hai una società in cui uno o più soci hanno figli minori, hai bisogno di sistemare quanto prima tutto ciò che riguarda la successione.

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